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| Scritto da Corrado Dearca |
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APICOLTURA BIOLOGICA DI FLORIANO TURCO
Produttore di "Mieli di alta montagna", presidio slow food.
Fa un certo effetto passare dalla pianura, dalla striscia lunga dell'autostrada che attraversa la Padania, alla strada tortuosa che risale la Val Maira, Piemonte, Cuneo, due passi dalla Francia, una delle undici valli occitane italiane, dove si parla la lingua d'oc, dove c'è un cultura transnazionale che appartiene ostinatamente ad una nazione non nazione: l'Occitania. Un mondo sospeso tra mondi, difficile da scalfire, facile da guardare con occhi ammirati e perduti. Come è possibile mantenere lingua a tradizione? A quale costo? A quale altitudine? Sì, anche l'altitudine conta, perché Elva, scrigno alpino guardato dal Monviso e abbracciato dal Pelvo e dal Chersogno, conserva gelosa, ad alta quota, sapori intoccabili, una lingua antica, una sola bambina residente, un grande formaggio, il Nostrale di Elva, una lapide lunghissima a ricordare i morti strappati a queste montagne nella prima guerra mondiale (e una più corta per la seconda, impressionanti, comunque, per un paese con un pugno di abitanti), una chiesetta di montagna battuta dai venti e affrescata da un pittore fiammingo, Hans Clemer. Qui, fuori dal paese, c'è la baita San Giovanni, profumata di legna che arde anche nei mesi più caldi, con l'energia elettrica prodotta solo quando serve, da un generatore. È il rifugio laboratorio di Floriano Turco, apicultore biologico d'altura, il più alto d'Italia, a 2150 metri, con mieli che solo a vedere dove nascono potrebbero strappare una lacrima prima ancora che un applauso. Anche perché Floriano Turco è giovane, esperto, preparato, appassionato. Non è il passato, ma il futuro della montagna. E ha alveari che conduce in apicoltura nomade, portando le sue api, rigorosamente di un ecotipo locale, in un arco di duecento chilometri: oltre a Elva, le vallate piemontesi del Gesso e del Pesio, la Val Casotto, fino alle colline della Val Rilate dell'alto Monferrato e a quelle intorno a Chiusa Pesio e Beinette dove le api svernano. Ma anche l'apicoltura nomade è da superare, dice, vorrei riuscire a tenere le api stanziali nelle varie zone, seguendo i principi della biodinamica. Guarda lontano Floriano, lo fa con gli occhi chiari e le idee pulite di chi ama questo lavoro, di chi se ne è innamorato da ragazzo, di chi ha lasciato altre vite per venire quassù a far chiudere gli occhi per ammaliare nasi e palati con la ricchezza aromatica della melata d'abete, la favola del raro miele d'ailanto, la dolcezza morbida dell'acacia cristallizzata, cremosa grazie agli inverni nella baita gelata, l'amaro potente del castagno, l'aroma medicinale del tiglio, la carezza dei millefiori di montagna, lo sguardo di padre innamorato che ha creato il Bouchét Sofia, miele di acacia con petali di rosa canina selvatica dedicato alla figlia. Lo guardi da lontano quest'uomo che ha venduto l'anima al miele: sembra il piccolo principe, quello di Saint-Exupéry. Sovversione d'altura. ARTICOLO SCRITTO DA MICHELE MARZIANI TRATTO DA "TRA I SOVVERSIVI DEL GUSTO"
FLORIANO TURCO L'Intervista Come ha iniziato l'attività di apicoltore? Un pomeriggio d’inverno, durante una nevicata, mi trovavo in baita ad Elva (Valle Maira, Cuneo - Piemonte) con l’amico Ercole a dipingere un quadro ad olio... la neve scendeva copiosa e cresceva a vista d’occhio quando l’amico “Ercolino” mi disse: «se continua a nevicare così fino a domani mattina le cassette delle api verranno coperte completamente...». Sino a quel momento non avevo mai sentito parlare di api. Incuriosito iniziai, subito, a fare un sacco di domande. Più Ercole mi spiegava più volevo sapere... Vedendomi tanto interessato mi apostrofò così: «Se ti appassionano così le api domani, se smette di nevicare, andiamo in segheria e iniziamo a costruire la tua prima arnia, così quando questa primavera ci sarà il primo sciame avrai una cassetta nuova in cui sistemarlo...». Fantastico! “Galeotta” fu la neve. Iniziai a costruire la prima arnia a favo freddo... ne seguì una seconda poi una terza e così via. La passione stava emergendo, anzi era già emersa. Da quel momento mi misi alla ricerca di libri di apicoltura, attrezzatura apistica, maschere, sciami, nuclei. Feci la conoscenza di tanti apicoltori, prima gli hobbisti e poi arrivò qualche professionista. Frattanto il numero di alveari cresceva... la voglia di imparare pure. In quel periodo conobbi il tecnico apistico Carlo Olivero (e grazie alla sua disponibilità e preparazione imparai tanto sull’apicoltura: quasi settimanalmente lo incontravo, subissandolo di domande). Frattanto, frequentai tutti i corsi di cui venivo a conoscenza. Infine decisi di avviarmi verso una apicoltura biologica di alta montagna (laboratorio di smelatura e punto vendita a 2150 metri sul livello del mare, in una baita in pietra ristrutturata) con mille problemi ma con la soddisfazione, anche, di essere l’apicoltore certificato biologico più alto d’Italia! Il resto è storia recente.
Per quali motivi ha iniziato? Come ho già detto, per la passione che mi è improvvisamente esplosa dentro per questi piccoli, laboriosi e poco conosciuti insetti che hanno tanto da insegnarci. Dopo anni di libera professione, di stress, di telefonate... grazie alle api ho intrapreso un’ attività che sentivo come passione e non come lavoro... che mi permetteva di vivere in simbiosi con la natura, all’aperto, che mi offrisse la possibilità di “creare” un qualcosa di mio, di unico. Un prodotto di alta qualità, certificato biologico, legato in modo inscindibile al territorio: Elva, uno splendido ed incontaminato paesino quasi al confine con la Francia. Come dice Carlin Petrini, Presidente Slow Food, un prodotto: “Buono, Pulito e Giusto”. Buono organoletticamente, a livello sensoriale di sapore e di sapere. Pulito a livello di sostenibilità e naturalità. Giusto come equità economica.
Cosa vuol dire avere una passione per l'ape? Significa avere un profondo amore e rispetto per questo insetto che si manifesta nell’allevare nel modo più naturale possibile, senza “forzature”di alcun tipo e cercando il più possibile il benessere animale.
Che difficoltà si incontrano nella sua zona? E’ sempre più difficile trovare siti idonei a produrre miele biologico che non siano in montagna! E’ evidente che l’uomo, prendendo esempio proprio dall’ape, dovrebbe rivedere completamente il suo rapporto con la natura improntandolo a un religioso rispetto.
Problemi nella commercializzazione? Produco esclusivamente miele biologico di qualità che invasetto e vendo direttamente per cui non posso parlare di problemi di commercializzazione. Credo che la qualità paghi sempre e che metodi di allevamento rispettosi dell’ape permettano maggiore produzione.
Pratica il nomadismo? Sì, visto che per la mia realtà produttiva alpina è indispensabile spostare le api per poter produrre una decina di mieli diversi. Anche se ora sto optando, sotto consiglio di un bravo apicoltore biodinamico, a fare più apiari fissi, a varie altimetrie, spostandomi un po’ di più io e muovendo un po’ meno le api per creare il minimo stress all’alveare.
Un Apicoltore deve essere anche un esperto botanico? Più che esperto botanico è indispensabile essere esperti in analisi sensoriale. Ci sono già le nostre api che sono esperte in botanica e vanno a bottinare essenze che a volte noi non conosciamo! Comunque essere esperti botanici non guasta.
Che tipo di Apicoltura conduce? Ormai è chiaro, ma fa sempre bene ripeterlo. Apicoltura biologica nomade, prevalentemente di alta montagna.
Cosa direbbe agli Apicoltori che usano antibiotici? Io ho fatto la scelta di non usarli! E’ una scelta impegnativa, ma possibile. E’ difficile ma è l’unica strada percorribile: le “scorciatoie” costituite dall’utilizzo degli antibiotici oltre ad essere proibite non portano a nulla di concreto, specialmente nel lungo periodo. Bisogna essere consapevoli dei limiti produttivi oltre i quali non ci si può spingere senza snaturare il sistema alveare. Con l’utilizzo degli antibiotici oltre ad inquinare un prodotto apprezzato per la sua purezza, si produce un danno gravissimo all’ape andando incontro all’indebolimento della razza.
Utilizza particolari tecniche per migliorare il lavoro in apiario? L’impiego di panche autolivellanti con 4 arnie che movimento esclusivamente con la gru mi facilita la disposizione degli apiari anche nelle zone impervie di montagna. All’interno degli alveari uso gli escludi regina. Il giorno prima di togliere i melari faccio ricorso agli apiscampo. Infine adopero il soffiatore solo per le ultime api rimaste.
Come lotta contro la varroa? In primavera utilizzo il metodo Campero (TIT3, Telaino indicatore trappola a 3 settori). A fine stagione scelgo l’acido formico, poi acido ossalico prima gocciolato e poi, nella stagione invernale, sublimato.
Cosa non funziona nel mondo apistico? Il problema principale sta nel sommerso: crea problemi sia di convivenza produttiva (e sanitaria) sia di commercializzazione.
Cosa funziona nel mondo apistico? Nella mia zona la rete di assistenza tecnica coordinata dall’associazione Aspromiele è molto valida sia come corsi di formazione e di aggiornamento che come corsi di analisi sensoriale. Buona è la rete di interscambi, di conoscenze fra gli apicoltori professionisti, buona la promozione del prodotto basata su una qualità oggettiva (analisi sensoriale), ottima la valorizzazione del prodotto anche attraverso il lavoro svolto da Slow food e Aspromiele per il presidio dei “mieli di alta montagna” di cui io mi onoro di far parte.
Cosa rappresentano le Api per lei? Le api rappresentano tantissimo sia in termini affettivi che in termini di “indispensabilità” nel ciclo della natura. Ma la cosa che mi emoziona di più è pensare che questo insetto è l’emblema dell’altruismo e dell’amore e questi due concetti li possiamo vedere bene nell’ape operaia che lavora per la comunità alveare fin tanto che le si logorano le ali; l’ape sentinella che sacrifica la sua vita pur di salvare la sua comunità e si raggiunge l’apoteosi con la sciamatura. La regina vecchia gratuitamente ed amorevolmente lascia a sua figlia, la regina nuova, la casa pronta piena di scorte, di miele, di polline di cera, di larve... e va a cercarsi una nuova locazione con tutti i problemi che ne derivano... e che solo lei saprà affrontare e risolvere... da vecchia regina!
Ci racconti un episodio particolare legato alla sua attività. Ero in cascina, sotto un sole cocente stavo scaricando un rimorchio di fieno, quando vidi uno sciame posarsi su una pianta di susino. Accelerai il mio lavoro, scesi tutto sudato e andai a prendere la maschera, gli stivali, una scala e un’arnia con 5 telaini. Con l’arnia sulla schiena salii sulla scala instabile fin sotto lo sciame. Avevo eseguito tutto come da manuale. Mi rimaneva solo da dare un colpo secco al ramo che sosteneva lo sciame ed il gioco sarebbe stato fatto!!! Peccato che, dopo aver assestato il colpo secco la scala mi dava il giro, le api invece di cadere nell’arnia, mi caddero in testa ed io mi ritrovai coperto di api che mi finirono negli stivali (mi ero dimenticato di mettere la tuta sopra gli stivali e non dentro!) ed iniziarono a pungermi a raffica. Riuscii a scendere e chiedere aiuto a mio padre, in pochi minuti iniziai a gonfiare, a metà strada verso l’ospedale persi la parola, al pronto soccorso con un paio di iniezioni evitai il peggio. Il giorno dopo mio padre mi invitò a dare via quelle “bestiacce” (avevo solo 10 alveari) in cambio mi avrebbe fatto un bel regalo, io gli dissi che il regalo più bello sarebbe stato quello di poter ancora tenere le mie apine.
Aspettative future della sua attività? Ricerca e selezione in apiario di ecotipi di api particolarmente rustici, resistenti alle varie patologie, minimamente aggressive e capaci di crearsi buone scorte per l’inverno. Valorizzazione di tutti i prodotti dell’alveare, a cominciare dalla pappa reale bio e polline bio. Intervista tratta da apitalia.net
(IN FOTO SOPRA)
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